Dipendenza affettiva 3: le teorie sulle cause delle difficoltà relazionali

attaccamento infanziaDi Antonio Floriani *

Una delle teorie più validate circa le origini di una dipendenza affettiva è quella che fonda le sue radici nel rapporto con i genitori durante l’infanzia. Secondo tale teoria, le persone che sono dipendenti da adulte, da bambini hanno ricevuto il messaggio che non erano degni di essere amati o che i loro bisogni erano comunque poco importanti. Questi soggetti di solito provengono da famiglie in cui i bisogni emotivi sono stati trascurati in virtù dei bisogni di tipo materiale. Crescendo, la ferita che deriva da questa situazione sembra sanarsi, ma in realtà essa permane. Attraverso l’identificazione con il partner, le persone dipendenti cercano di salvare se stesse e colmare le proprie carenze affettive. Nella vita di coppia si riattribuiscono, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori, nel tentativo di cambiare il finale della storia. L’assenza della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza nell’infanzia genera il bisogno di controllare l’altro, nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto.

Il concetto che ciascuno ha di se stesso inizia a plasmarsi già dai primi mesi di vita, a partire dalle prime relazioni. Le prime percezioni di se stessi si hanno dal modo in cui si viene percepiti dagli altri e dal modo in cui ci si percepisce nel rapporto con gli altri.
Le risposte da parte delle figure significative dell’infanzia rispetto alle iniziative del bambino, costituiscono la base per le sue aspettative future nella relazione con il mondo. In rapporto alle diverse esperienze di sé con gli altri (modalità di attaccamento e conferme dal mondo circostante) che in seguito si integrano in funzione dei ruoli ricoperti nella società allargata, si crea la propria identità che tende successivamente ad autoconfermarsi, assumendo una certa stabilità. Infatti, ciò che pensiamo di noi stessi influenza il nostro comportamento e quindi innesca specifiche reazioni da parte degli altri. Un bambino che rappresenta se stesso come degno di amore e di importanza e gli altri come rispondenti ai suoi bisogni, da adulto si comporterà di conseguenza, sicuro di ricevere amore e supporto nelle relazioni. Se c’è stata una cattiva sincronizzazione tra le risposte del bambino e del genitore (un attaccamento insicuro, ad esempio per una difficoltà del genitore ad interagire col bambino a causa di propri problemi o un periodo critico), il bambino potrà rappresentarsi come non degno di attenzioni e costruire un’immagine negativa di sé che successivamente tenderà a confermarsi nelle relazioni successive.
In questo modo, se il soggetto crea un concetto di sé negativo, tenderà a confermarlo rimanendo intrappolato in un sistema che si autoalimenta, generando una serie di profezie che si autoavvereranno. Questo tipo di base dà frequentemente origine a problemi nelle relazioni, come le continue delusioni nelle storie d’amore, la tendenza ad isolarsi o la difficoltà ad aprirsi e comunicare le proprie emozioni. Un’eccessiva timidezza nelle relazioni può essere legata ad un concetto negativo di sé (non mi merito di essere considerato) o ad aspettative negative verso le risposte degli altri (mi rifiuteranno, mi derideranno) che portano all’isolamento o ad approcci sociali maldestri destinati a fallire. Oppure, la convinzione di non essere degno di amore e rispetto, può essere trasmessa al partner il quale lo tratterà di conseguenza, confermando l’aspettativa del soggetto (“anche questa persona si è accorta che non valgo”).


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* Antonio Floriani è medico psicoterapeuta, criminologo, Direttore del Centro LiberaMente di Genova. Esperto in dipendenze e comportamenti d’abuso, lavora da molti anni, a diversi livelli, nel settore. Per informazioni o per fissare un appuntamento, contattate il Centro LiberaMente ai recapiti che trovate cliccando qui o scrivete all’indirizzo antonio.floriani@centroliberamente.it

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