Dipendenza affettiva 2: i segnali per accorgersene

Dipendenza affettiva codipendenza

Di Antonio Floriani *

I soggetti che soffrono per via della loro dipendenza affettiva sono accomunati dalla tendenza a credere che l’altro sia come lo si vorrebbe e non come realmente è. All’inizio la dipendenza è celata da disturbi d’ansia, scarsa autostima, irritabilità, disturbi del sonno, oppure forme di somatizzazione quali disturbi gastrointestinali o dermatiti. Queste persone soffrono perché non sono soddisfatte delle loro relazioni. Prima di arrivare a questa consapevolezza il percorso può essere lungo e non privo di resistenze in quanto ammettere che la relazione in cui ci si è immersi con tanta devozione non è quella desiderata potrebbe essere vissuto come un importante fallimento personale. La presa di consapevolezza può avvenire gradualmente: rendendosi conto che fin dall’inizio nel partner c’era qualcosa che non andava, oppure realizzando di aver travisato e interpretato le sue parole e i suoi comportamenti sulla base dei propri desideri personali (proiezioni). I lunghi silenzi all’interno della coppia o da parte di uno dei due partner, vengono interpretati come timidezza e non come la mancanza di una comunicazione reciproca, di informazioni ed emozioni.

Inizialmente, chi si trova coinvolto in una relazione dipendente, pur di salvare la relazione di coppia (seppure malata), si da le colpe di ciò che va male: “Non mi sono impegnato/a abbastanza” – “Non sono adeguato/a” – “Avrei dovuto capirlo/a meglio”. Non appare evidente come manchi l’equilibrio tra il dare e il ricevere, tra la conservazione degli spazi individuali e quelli in comune. Il dipendente affettivo fa propria la missione di salvaguardare la coppia senza rendersi conto dell’unilateralità del rapporto.

La dipendenza affettiva non colpisce solo il singolo individuo ma la coppia. Colui che dona se stesso e si annulla totalmente in virtù della necessità di salvaguardare il rapporto perché spaventato (spesso terrorizzato) dalla possibilità dell’abbandono e della solitudine.

Dall’altro abbiamo chi riceve le cure che può essere a sua volta coinvolto in altre dipendenze (droga, alcol, internet, gioco d’azzardo). In questi casi il primo giustifica la sua missione dicendo di voler salvare l’altro; in taluni casi è più corretto parlare di codipendenza.

In altre situazioni il partner amato è sfuggente, rifiutante, irraggiungibile, o comunque alterna momenti di maggiore apertura a quelli di fuga e resistenza. Egli accetta più o meno passivamente le “cure” (più che l’amore) del compagno o della compagna senza ricambiarne gli sforzi, se non quando l’altro preso dalla frustrazione, minaccia di andarsene via. Ma tali reazioni ed i comportamenti che ne derivano sono vani e passeggeri, dettati più da una forma di controllo dell’altro e dalla paura di rimanere soli piuttosto che da un sentimento d’amore.

Quello che tiene in piedi la coppia dipendente è il desiderio di riuscire ad essere amati da chi non ricambia in modo soddisfacente. L’attaccamento in questo caso è proporzionale al rifiuto, fino a che non si trasformerà in risentimento, rabbia e frustrazione (generalmente al termine della relazione).

Sono vari i segnali che aiutano a rendersi conto di essersi coinvolti in una relazione dipendente tra cui:

  • la mancanza di reciprocità nella comunicazione (ad es. uno parla sempre e l’altro sta zitto);
  • la mancanza di una progettualità in comune (è sempre uno dei due che vorrebbe sposarsi, comprare casa, avere figli, ecc.);
  • l’assunzione di regole rigide che servono apparentemente a preservare la coppia ma che in realtà non rispettano la libertà individuale;
  • la mancanza di spazi condivisi (ognuno fa le cose per conto suo);
  • la mancanza di una sessualità di qualità;

Rendersi conto di far parte di una relazione dipendente non è mai facile, tanto meno piacevole. Molti tendono a negare la situazione e a sperare che prima o poi cambierà e migliorerà spontaneamente o perché l’altro cambierà, così come alcuni si arrabbiano con chi (amici, familiari, il terapeuta) li aiuta a prendere consapevolezza della propria dipendenza, col “rischio” di liberarsi dalle catene della relazione patologica e mettere se stessi al centro del proprio mondo.


Per altri articoli su questo tema cliccate qui o consultate il menù “Dipendenza affettiva e codipendenza”

* Antonio Floriani è medico psicoterapeuta, criminologo, Direttore del Centro LiberaMente di Genova. Esperto in dipendenze e comportamenti d’abuso, lavora da molti anni, a diversi livelli, nel settore. Per informazioni o per fissare un appuntamento, contattate il Centro LiberaMente ai recapiti che trovate cliccando qui o scrivete all’indirizzo antonio.floriani@centroliberamente.it

Website Pin Facebook Twitter Myspace Friendfeed Technorati del.icio.us Digg Google StumbleUpon Premium Responsive